
Apparire e mantenersi giovani con una pelle perfetta e' sempre stato un desiderio delle donne giapponesi. Specialmente se la cute rimane chiara, ai limiti del bianco. Questa tendenza sembra essere originata molti secoli orsono, in Cina, ai tempi della dinastia Tang (all’incirca alla fine dell’Impero Romano d’Occidente). La realta' e' che, naturalmente, la pelle delle donne orientali non e' del tutto chiara, e con l’esposizione al sole assume una tonalita' a meta' fra il giallo e il marrone. Cosa che avveniva soprattutto nelle classi sociali piu' umili, fra le donne che lavoravano nei campi. Nacque cosi', per ragioni di classe, il tentativo di mantenersi il piu' possibile distante dai raggi solari. Un fenomeno portato agli estremi dalle Geishe che, per raggiungere la perfezione estetica, usavano dipingersi il volto di bianco. La conoscenza dei danni provocati dal sole alla pelle fanno parte di una cultura ormai millenaria, e a rinforzare questa giusta convinzione ci sono numerosi studi condotti dalle universita' giapponesi. Di recente, si sono comparate le condizioni cutanee di un’ampia popolazione femminile, fra i 5 e i 65 anni, che vive nella localita' di Kagoshima, nel sud del Giappone, con quella che abita ad Akita, nell’estremo nord dell’arcipelago. La prima riceve una media di raggi solari 1,5 volte piu' grande della seconda e mostra un maggior numero di rughe facciali, anche piu' profonde, una superiore presenza di macchie attiniche e senili, piu' evidenti segni di disidratazione e d’invecchiamento cutaneo a livello del derma, tanto che, a quarant’anni, una donna di Kagoshima ha di media la stessa pelle di una quarantottenne abitante nella citta' piu' a nord. Risultati come questi vengono molto enfatizzati dai media e hanno un grande impatto sulle donne giapponesi, fra le piu' grandi consumatrici al mondo di protettori solari e di cosmetici antiaging. Una recente indagine condotta dell’Universita' di Tokio, ha evidenziato infatti come la maggior parte delle donne giapponesi di mezza eta' desiderino eliminare dal viso le iperpigmentazioni cutanee, quali le lentigo senili e il cloasma, cresciute negli ultimi decenni per l’aumentare del tempo dedicato alla vita all’aria aperta della popolazione. Il 38% di questi soggetti utilizza cosmetici acquistati nei grandi magazzini e soltanto l’11% si rivolge al dermatologo per ottenere una cura. In Giappone stanno avendo grande successo nuovi prodotti di bellezza arricchiti con fotoprotettivi biologici quali i carotenoidi o anti-radicali liberi quali i polifenoli del te' verde e le pro-antocianine dell’uva, o addizionati con le ceramidi, fondamentali componenti della barriera cutanea. Le giovani donne nipponiche per raggiungere gli agognati risultati estetici non esitano a perseguire anche strade molto distanti dalle tradizioni e convenzioni culturali del paese. Fino a qualche decade fa, infatti, la maggior parte dei giapponesi pensava che alterare, in qualsiasi modo, l’anatomia e l’equilibrio naturale del proprio corpo fosse un fatto negativo, ora procedimenti come un peeling chimico o anche un intervento di chirurgia plastica sono pratiche normali e socialmente accettabili. Il fenomeno inizia negli anni ‘90, con l’arrivo dagli Stati Uniti e dall’Europa di nuovi metodi per combattere l’invecchiamento, a partire dai laser fino alle piu' recenti applicazioni di tossina botulinica. Il numero degli interventi nell’ultimo anno sono raddoppiati, cio' nonostante i prezzi praticati dagli specialisti giapponesi, il cui numero e' ancora insufficiente a coprire la domanda crescente, siano fra i piu' alti al mondo, quasi il doppio rispetto agli Stati Uniti. I pazienti sono soprattutto donne che non esitano a spendere una media di circa 600 dollari per un peeling chimico per rimuovere i segni dell’acne e dell’eta'. Gli alti costi per la chirurgia plastica hanno determinato un nuovo fenomeno di turismo della salute verso la Corea, a solo due ore di volo, un paese le cui donne sono molto ammirate in Giappone per la bellezza della pelle. Fra le procedure piu' richieste c’e' il laser resurfacing per rimuovere dal viso alcuni difetti cutanei (principalmente rughe perioculari e cicatrici da acne). Un recente studio epidemiologico ha messo in evidenza che il 58.6% degli studenti universitari soffriva di acne, con un evidente impatto sulla loro qualita' della vita, e oltre il 90% aveva avuto un episodio della malattia almeno una volta nel corso dell’adolescenza. Anche il problema della pelle sensibile attrae una grande attenzione da parte di giovani donne il cui numero - secondo recenti studi di mercato - e' notevolmente cresciuto nel corso degli ultimi anni. A detta dei dermatologi giapponesi, questo incremento sarebbe dovuto, oltre che all’uso di cosmetici e shampoo molto aggressivi, soprattutto ai cambiamenti nello stile di vita delle ragazze, in particolare nelle abitudini alimentari e nell’abuso di alcool e tabacco. Alcune ultime curiosita': si e' recentemente fatto strada il ricorso a metodi ultrasonici per l’analisi dello spessore della cute, della sua architettura e organizzazione, un fenomeno che sembrava colpire con l’aging solo la razza caucasica, ma che oggi si e' dimostrato presente anche nella pelle orientale. Il successo di questa metodica trova origine anche nella presumibile correlazione fra la elasticita' cutanea e la densita' ossea nelle donne in fase post-menopausa, un dato che puo' servire a predire una futura osteoporosi, patologia molto frequente in Giappone. Per finire: i laser dermatologici piu' diffusi nel paese sono quelli a CO2 e l’Erbium. (M.G.)
Dermatologia nipponica
La pelle dei Giapponesi appartiene generalmente al fototipo I e II. Essa va incontro ai normali fenomeni di aging e fotoaging, anche se essi si caratterizzano piu' per cambiamenti nella pigmentazione che con lo sviluppo precoce delle rughe. La dermopatia piu' riscontrabile nella popolazione giovanile e' l’acne, ma molto frequenti sono anche la dermatite atopica e l’eczema. Diffuse anche la vitiligine, la psoriasi, il cloasma e le neoplasie cutanee, dai carcinomi basocellulari ai melanomi. Fra le persone piu' anziane si registrano casi di xerosi, prurito, disidrosi e dermatiti nummulari.
Un’associazione ultracentenaria
La Japanese Dermatological Association fu fondata nel dicembre del 1890 dal prof. Keizou Dohi della Tokyo Imperial University e l’anno successivo tenne il suo primo congresso nazionale durante il quale fu presentato il primo numero del ''The Japanese Journal of Dermatology''. Nel corso degli oltre 107 anni di vita, l’attivita' dell’Associazione si e' svolta nell’ambito della ricerca, della diagnosi e del miglioramento dei trattamenti di patologie molto diffuse quali l’eczema, la dermatite atopica, le infezioni cutanee, i tumori della pelle. Un grande sforzo e' stato fatto anche per raggiungere la completa scomparsa del morbo di Hansen dal paese. Nel 1974 fu fondato un ''research group'' interessato a valutare l’impatto delle dermopatie sulla qualita' della vita dei pazienti, ancora molto attivo nel supporto alle Associazioni di malati. Nel 1982 Tokyo ospito' il 16th World Congress of Dermatology e in tutti i congressi internazionali la delegazione di dermatologi giapponesi e' sempre fra le piu' numerose.
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tratto da: http://www.lapelle.it/


